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Genova contamina, Genova è contaminata

La musica genovese esiste ancora?

Genova è una città contaminata, senz’altro per le marmitte delle tante auto che imbottigliano le strade, da Sampierdarena al quartiere di Oregina, oltre che per le emissioni degli impianti di riscaldamento. Niente di paragonabile a Milano, di recente assurta agli onori della cronaca per essere (in realtà senza troppa attendibilità) una delle più inquinate al mondo. Dannate polveri sottili.

Un fascino maledetto ha sempre contraddistinto questa città, schiacciata tra mare e montagna, costellata di ecomostri, palazzi in pendenza, strade strette piene di ciottoli, punti panoramici e navi da crociera. Tantissime le canzoni dedicate.

E dunque sì, Genova è contaminata anche da un punto di vista musicale. Sarà la luce, le sue creuze, i Vicoli, o le navi che attraccano. Fatto sta che chiunque, praticamente tutti, hanno cantato di Genova. Genovesi e non. Tanto ieri quanto oggi.

Ben detto: questa è Pulperro, una rubrica di domande random prese fin troppo seriamente. Partiamo da questa semplice semplice: esiste ancora una musica “di bandiera” genovese?

Non abbiamo intenzione realmente di rispondere, perché Pulperro ama deresponsabilizzarsi. Porteremo, invece, dei casi studio, come all’università.

Quando il Piemonte canta Genova

Prima di tutto, che intendiamo per musica genovese? Musica genovese può voler dire musica fatta da cantautori genovesi. Ma – perché no – in senso più ampio, anche musica che parla di Genova. Musica, dunque, che in qualche modo è “patrimonio” di Genova, pur non essendo genovese chi la canta.

Sono tanti i brani che hanno al centro Genova. Tra tutti, me ne viene in mente uno poco noto, ma molto d’impatto. E’ il 2016 quando la cantautrice piemontese Chiara Dello Iacovo pubblica il suo album d’esordio, “Appena Sveglia”. Di tutti i brani del disco (denotati da un’invidiabile capacità di scrittura), ce n’è uno che racconta di persiane verdi e palazzi decadenti visti da una ferrovia. Insomma, basta uno sguardo dal finestrino del treno fermo alla stazione di Genova Principe (o Brignole, chissà) per essere ispirati. Che potere, eh.

Da Tenco a Bresh: tutto “fa scuola” (genovese)

Genova, faro e lanterna (letterale e non) che illumina e veicola la nostra immaginazione. Non a caso, il “capitale cantautoriale” di questa città è parecchio ingente. Per dirne tre: Tenco, De André e Fossati. Ma anche – più di recente e senza voler fare paragoni – gli Ex Otago. Una “Scuola Genovese” di cantautori, in un certo senso, esiste ancora, si innova e rinnova in continuazione. Fino ad arrivare al mondo hip-hop.

E’ il caso di Bresh, un trapper oltre la trap, che ha portato il linguaggio di un genere spesso povero di contenuti ad un livello superiore. In “Guasto D’Amore” il cantante e tifoso del Genoa parla di appartenenza, del lato buono di essere ultrà, del rito collettivo di tifare. E quale modo migliore di celebrare una città se non quello di sostenere una delle (due) sue squadre?

De André: professione import/export

Senza i genovesi non ci sarebbe stata l’America. O forse sì, perché se non fosse stato Colombo, ci avrebbe messo piede qualcun altro. Fatto sta che la Superba, con le sue navi, la sua flotta, ha esportato la propria identità in giro per il mondo. Contaminando quello che toccava e allo stesso tempo, come qualunque porto che si rispetti, venendo a sua volta contaminata dall’esterno.

Un esempio di contaminazione è Fabrizio De André, su cui questa rubrica non si soffermerà per mancanza di tempo, voglia e conoscenza necessaria. Anche lui ha esportato Genova al di fuori di se stessa (basti pensare all’album “Crêuza de mä”, cantato in genovese) e, allo stesso tempo, ha importato altri e nuovi linguaggi.

Ad esempio, giusto per citare un brano poco famoso… il surrealissimo “Zirichiltaggia”. Nome difficile da scrivere. Si tratta di un pezzo cantato interamente in sardo (o, per meglio dire, in gallurese), contenuto nell’album “Rimini” del 1978. Non è una sorpresa che De André amasse la Sardegna, dove visse diverso tempo della sua vita. Col suo incedere arrembante a ritmo di fisarmonica, Faber ci allieta con una storiella che vede una faida tra due fratelli per l’eredità. Tutto molto bello, tutto molto promiscuo: un ligure che canta un pezzo in sardo contenuto in un album che ha il nome di una nota città romagnola. Meraviglioso.

Il G8 non muore mai

Una città come Genova ha attraversato momenti la cui storia è fuoriuscita dalle cronache locali e ha colpito tutti. E’ il caso del G8 del 2001, passato alle cronache come uno dei momenti più brutti dell’Italia del ventunesimo secolo, anche solo per la “macelleria messicana” compiuta dalle forze di polizia sui manifestanti alla Scuola Diaz. E ancora, per la morte del no-global Carlo Giuliani.

Ma torniamo alla musica. Ispirandosi all’accaduto (e ad altri mille input), I Ministri, band milanese allora ad inizio carriera, pubblicano nel 2008 il brano “La Piazza”, primo pezzo dell’omonimo EP. Nessun riferimento esplicito al fatto, ma un testo che parla, in un certo senso, della forza che mettiamo nel credere (e combattere, con l’ombra di poter fallire) alle le nostre idee.

Due anni fa, proprio a Genova, ho visto il loro concerto al Balena Festival . Ricordo ancora l’emozione di sentire “La Piazza” live.

Dunque: quattro canzoni diversissime, sull’onda del medesimo fil rouge: tutte dipendono, per ragioni diverse, da Genova. Potevano essere altre, ma abbiamo scelto queste. Genova, tanto ieri come oggi, lascia qualcosa. Quasi che a cantare fosse lei e non chi ci passa e ne respira l’aria. Non l’unica città ad esercitare questa attrazione fatale, ma senz’altro una delle più interessanti.

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