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Recensioni

Muse: The Wow! Signal

Il decimo capitolo discografico dei Muse, intitolato The Wow! Signal, rappresenta un affascinante e inaspettato paradosso creativo. Sebbene la band britannica abbia abituato il pubblico a mastodontiche narrazioni distopiche, complotti geopolitici e apocalissi tecnologiche, questa volta la grandiosità dello spazio profondo viene utilizzata per esplorare territori decisamente più intimi e umani.Ispirato al celebre e misterioso impulso radio intercettato nel 1977, il disco non si traduce nell’ennesima odissea fantascientifica incentrata su minacce aliene, bensì in una potente metafora del vuoto interiore, del silenzio e dell’incomunicabilità che seguono la fine di una relazione sentimentale.
Musicalmente, il trio composto da Matthew Bellamy, Chris Wolstenholme e Dominic Howard decide di non rinnegare la propria natura barocca e massimalista, riuscendo però a incanalarla in una direzione più a fuoco rispetto al precedente Will of the People. Gli arrangiamenti mantengono quell’impronta solenne e quasi operistica che ha reso celebre il gruppo, alternando pareti sonore sature a aperture dinamiche di grande impatto.
Tracce come il singolo trascinante Be With You mettono in mostra l’abilità della band nel fondere elementi sacri e profani. Il brano si apre infatti con la maestosità di un organo a canne per poi evolvere in una pulsante base elettronica dal ritmo serrato, sfociando infine in un graffiante rock di chitarre distorte tipicamente “alla Muse”
Episodi come Cryogen e Hexagons evidenziano una cura meticolosa per il sound design, dove synth arpeggiati di matrice anni ’80 si scontrano con la sezione ritmica solida e geometrica di Wolstenholme e Howard. Il minimalismo cosmico delle strofe contrasta efficacemente con ritornelli anthemici pensati per i grandi stadi.
Brani come Unravelling – che ha fatto da apripista al progetto – mostrano il lato più vulnerabile e melodico di Bellamy, la cui voce spazia con la consueta agilità tra falsetti evocativi e interpretazioni viscerali, traducendo in musica il senso di smarrimento e isolamento emotivo.
La vera forza di questo lavoro risiede nella sua chiave di lettura lirica. Se nei dischi passati l’universo era il teatro di battaglie galattiche, qui il cosmo diventa lo specchio della solitudine. Il radiotelescopio che attende un cenno di vita intelligente simboleggia il disperato tentativo umane di ritrovare una connessione perduta. Questo spostamento del focus dall’universale al particolare giova alla scrittura di Bellamy, che si libera dei cliché complottisti per abbracciare una poetica più sincera, diretta e priva di filtri.
The Wow! Signal non punta a rivoluzionare il DNA stilistico dei Muse; la band gioca nel proprio terreno di gioco ideale, utilizzando gli ingredienti che ne hanno decretato il successo globale. Tuttavia, la maturità espressiva e il nucleo tematico così intimo salvano il disco dal rischio dell’auto-plagio. È un album coeso, che riesce a far coesistere la solennità delle stelle con la fragilità di un cuore spezzato, confermando il trio come uno dei punti di riferimento del rock alternativo contemporaneo.

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