Liberate Sanremo Giovani da Sanremo Giovani

Un format che ormai da più di quindici anni non ha granché da dire (salvo rare eccezioni), ma che si continua a proporre in modo reiterato, senza imparare dal passato e senza proporre nulla di davvero nuovo. Si fa, perché va fatto. Non si fa perché lo si vuole fare. E gira che ti rigira, arriva l’annus horribilis per antonomasia. Fuori dai denti: Sanremo Giovani 2025 è una delle cose più terrificanti che la kermesse abbia mai proposto in tutta la sua storia. Pochissima roba in ballo, quasi nessun brano centrato, approssimazione totale, qualità vicina all’inesistenza al netto di una scrematura quanto meno da rivedere: per quanto l’universo umano sia in grado di produrre (è il caso di dirlo) cagate, ci si rifiuta di credere che quelle selezionate siano state davvero le migliori canzoni arrivate sul tavolo della commissione. Ma, in fondo, è solo un inevitabile punto più basso toccato al termine di un processo iniziato tre lustri fa.
Andiamo con ordine. Un tempo la sezione delle nuove proposte era parte integrante dell’architettura festivaliera. I più “vecchietti” ricorderanno che, prima della rivoluzione del 2010, nel corso delle cinque serate erano presenti due filoni nettamente contrapposti, con una rosa di tot canzoni per ciascuno. Prendiamo come riferimento il 2003, quando Dolcenera (Siamo tutti là fuori) vinse battendo altri quindici concorrenti della sua categoria, numero solo di poco inferiore ad Alexia (Per dire di no), trionfatrice in un cast composto da venti big in totale. All’epoca la formula era chiara: se si saliva sul palco, lo si doveva fare con canzoni nuove, inedite.
Non tutto era rose e fiori, sia chiaro. Tra fine anni Novanta e inizio Duemila i due cast si alternavano di serata in serata, producendo sì terribili quarti d’ora, ma anche pezzi veramente interessanti, soprattutto a posteriori: nel 1999 Elena Cataneo presentò Nessuno può fermare questo tempo, portando il vero R’n’B italiano, con tanto di ingresso del rapper in coda al brano, un po’ all’americana. Solo l’edizione successiva Davide De Marinis portò l’it-pop prima dell’it-pop con Chiedi quello che vuoi, inno a quello storytelling quotidiano oggi al centro degli artisti (ex indie) di punta. Nel 2005 La Differenza, con Che farò, lanciava un perfetto audio virale TikTok addicted con anticipo. Undici anni prima, invece, i Baraonna ne I giardini d’Alhambra rivendicavano il fascino della complessità con armonie jazz al profumo di Mediterraneo e barocco, oggi tornate molto in voga.
Poi, nel 2010, arrivò la valorizzazione più grande mai partorita, firmata Paolo Bonolis, a cui va dato atto di aver messo i giovani davvero al centro, con canzoni ottime e la geniale presenza di celeberrimi “tutor”. Sciorinare l’elenco dei colossi coinvolti fa impressione: Malika Ayane cantò Come foglie con Gino Paoli; Simona Molinari deliziò con Egocentrica affiancata dall’appena scomparsa Ornella Vanoni; Irene Fornaciari spettinò tutti con Spiove il sole, condividendo il palco con una band in cui era presente anche papà Zucchero; Filippo Perbellini (Cuore senza cuore) duettò con Riccardo Cocciante; Silvia Aprile (Un desiderio arriverà) con Pino Daniele; Iskra (Quasi amore) con Lucio Dalla; Karima (Come in ogni ora) con Burt Bacharach e Mario Biondi; la vincitrice Arisa (Sincerità) con Lelio Luttazzi; e così via.
Fu un raggio di sole splendente prima di un lento deturpamento: chi di dovere infatti decise, dal 2010 in poi, di sparigliare le carte in tavola, pubblicando prima dell’inizio del Festival i brani online delle nuove proposte. Uno spoiler voluto (in linea molto teorica) per valorizzare ancora di più i protagonisti selezionati. Il mondo digitale era in piena trasformazione, ancora inconsapevole della grande rivoluzione di Spotify che sarebbe arrivata di lì a poco. Se nei primi anni risultò comunque stuzzicante spiare dal buco della serratura dell’Ariston per capire il lavoro della commissione, con il passare del tempo l’operazione diventò sempre più piatta, banale, inconsistente. La magia si esaurì, malgrado i vari Rocco Hunt, Ultimo o Gabbani di turno e qualche sparuto validissimo arista presentatosi successivamente. Nei fatti eseguire il brano a carte scoperte annullò tutto il fascino, nonché lo spirito sanremese, avvicinandolo invece a quello dei talent, senza avere però alle spalle la corazza del vero e pensato prodotto televisivo.
Oggi Sanremo Giovani è una corrida, o forse un carnaio. Tralasciando l’assurda gestione Amadeus, che per parte del suo mandato decise di neutralizzare la gara scegliendo i pezzi vincitori probabilmente in base al brano inedito da proporre poi nel cast dei big (ricordiamo che la gara si svolgeva a dicembre, i vincitori venivano promossi nel cast dei big con una canzone nuova), il loop attuale propone una mega selezione: da centinaia e centinaia di brani emergono circa 35-40 artisti, chiamati a un casting dal vivo. Poi c’è il tanto sbandierato passaggio televisivo in profonda seconda serata (con ascolti tutt’altro che elevati), dove i pochi fortunati si scontrano one shot in un vis-à-vis. Ne sopravvivono dodici. Questi si sfidano nella serata finale in prime time: due vanno all’Ariston insieme ai vincitori del concorso parallelo Area Sanremo. Un Hunger Games che non ha alcun senso, specie per pezzi come quelli di quest’anno: sbagliati, già sentiti, senz’anima, cloni di qualcos’altro. Sintomo di una gestione stanca, e senza alcuna novità: i malcapitati si sfidano tramite accoppiamenti che giocoforza avvantaggiano solo uno dei due, poi si presentano davanti alla stessa Commissione che li ha selezionati, anche qui modalità talent, per ascoltare consigli o impressioni più o meno utili.
Se nel 2024 Conti & Co. sono riusciti a trarre qualcosa di quantomeno consistente (vedi la graziosa Rockstar di Alex Wyse, la vincente Vertebre di Settembre o la purtroppo sottovalutata Dimmi tu quando sei pronto per fare l’amore del binomio Lil Jolie–Vale LP), quest’anno è tutto più transitorio, con brani che farebbero fatica ad emergere persino in contenitori come Amici o X Factor. Manca la garra, e soprattutto manca la personalità. E in un marasma di nulla forse il più adatto è Niccolò Filippucci (Laguna), ex Amici appunto, con il pezzo più ruffiano, un pout-pourri di cellule melodiche altrui (c’è anche Niente di male di Giorgia, per dire). Con lui si difendono alcune reduci dallo show di Sky: Angelica Bove (Mattone), cmqmartina (Radio Erotika, il pezzo comunque più debole della sua discografia) e Mimì (Sottovoce), quest’ultima ovviamente già a casa dopo aver perso il confronto diretto con l’ex allievo di Maria De Filippi Petit (Un bel casino), uno che ha preso una canzone random di Achille Lauro e l’ha riproposta a modo suo.
Ma neanche i migliori del lotto hanno Il pezzo. E questo succede perché il sistema ha smesso di pretendere grandezza. Non ti invita a brillare, non ti sfida a superarti, non ti concede nemmeno il brivido del rischio da “ora o mai più” che forgiava la golden era: ti vuole quadrato, ben impaginato nel contesto giusto, pronto a tirare fuori la cartuccia vera solo quando sarà strategicamente conveniente. Sanremo Giovani va liberato da Sanremo Giovani stesso, o meglio dal proprio involucro sterile, altrimenti l’impasse resterà la sua unica identità.